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Negli anni in cui collaboravo con diverse agenzie di comunicazione, sentivo spesso la creatività come qualcosa di pesante da affrontare.

Era pesante perché io dovevo essere creativa, in quel preciso momento, per quel preciso progetto. Non c’era tempo per trattare la creatività come un processo che vive di spazio, errori, revisioni.

Immagina la scena: “mi servono 3 proposte di logo e hai 1 ora a partire da ora”.

Tic Tac Tic Tac…lo senti il peso?

Poi sono diventata co-founder di Humans e questo mi ha permesso di guardare alla creatività in modo completamente diverso.

È successo quando ho smesso di dire “sì” a tutto.

A tutti i progetti, a tutte le richieste, a tutte le urgenze che urgenti non erano.

E sai cosa ho scoperto?

Che il “NO” non è una porta che chiudi: è una finestra che apri.

Perché solo quando smetti di riempire ogni spazio di richieste e urgenze, ti ricordi una cosa fondamentale: la creatività nasce dal caos, dall’errore, dall’imprevisto. E, soprattutto, nasce dal tempo. Dal respiro. Dallo spazio mentale che abbiamo il coraggio di difendere.

Ed è proprio in quello spazio libero, quello che difendiamo dicendo NO, che errori, paradossi e imperfezioni hanno finalmente il permesso di esistere. E, soprattutto noi li possiamo guardare, accettare e vivere come nuovi punti di vista.

Il designer Erik Kessels (co-fondatore dell’agenzia KesselsKramer) lo spiega benissimo: l’errore non è solo un incidente.

L’imperfezione non è una mancanza.

Il paradosso non è una deviazione dal percorso.

È materiale creativo puro.

Ma cosa vuol dire esattamente? Errore, imperfezione, paradosso, sono elementi che rendono possibile un buon design, una comunicazione memorabile, una creatività che non assomiglia a tutto il resto. Accogliere ciò che non è perfetto non indebolisce un progetto: lo rende più vero, più umano, più riconoscibile.

E leggendo le parole di Kessels mi sono resa conto che anche nella mia vita professionale è stato così.

Le idee migliori non sono arrivate nelle giornate piene, nei meeting a catena, nelle revisioni infinite, nei progetti in cui dicevo solo “sì”.

Sono arrivate quando ho detto NO.

NO alle cose che mi toglievano energia.

NO ai brainstorming mal gestiti.

NO ai clienti con cui non avevo affinità.

NO ai ritmi che spegnevano la parte migliore di me.

Ogni “no” ha liberato un pezzo di creatività che credevo perduta. Perché finalmente stavo lavorando meglio, avevo dato alla creatività la giusta collocazione.

E allora ti faccio una domanda:
Qual è il NO che stai evitando di dire e che libererebbe la versione più creativa, più autentica, più viva del tuo lavoro?

Te lo chiedo perché spesso la risposta non è comoda ma è sempre rivelatrice.

A presto,
Assunta

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