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20/06/2025 ore 8:00 AM

Sono appena arrivata a Dubai.

Mi trovo in un resort stupendo e sto facendo colazione con un caffè americano e un croissant, in attesa della mia camera.

Eccomi nel resort (foto scattata ben dopo le 8 del mattino…dopo il viaggio notturno ero troppo stanca per esistere, figuriamoci per scattare foto 😅)


Tutto intorno è curato in modo quasi maniacale: i marmi lucidi, la gentilezza del personale, il profumo che sembra studiato per farti sentire esattamente dove sei: nel lusso.

All’inizio, mi sono goduta il viaggio come farebbe chiunque: tra piscine con drink al cocco e grattacieli che toccano le nuvole.

Dubai ti abbaglia. Ti spiazza. Poi, se hai gli occhi aperti, ti fa pensare.
Durante i giorni passati qui, ho iniziato a guardare oltre lo scintillio delle cose.

E a un certo punto, una domanda ha iniziato a farsi spazio dentro di me:
“Ma perché da noi è tutto così complicato?”

Dubai non è perfetta, certo.

Ha contraddizioni evidenti e lati che non si possono ignorare.


Ma ha anche qualcosa di molto apprezzabile: un virtuosismo pratico.

Qui esiste un Ministero della Felicità. Eh no, non è il clickbait di un articolo. È un ufficio vero, con persone che ogni giorno si occupano di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Lo fanno perché credono che la felicità sia un indicatore di progresso nazionale.

Le tasse? IVA al 5%, e si paga una volta sola. Le tasse, su tutto, si pagano una volta sola. Non una tassa diversa per ogni respiro che fai.

La burocrazia è semplificata al massimo. Ad esempio, aprire un’attività è questione di giorni, non di mesi o anni.

Il tasso di criminalità? Vicino allo zero.

Un governo che, sorpresa, lavora al servizio del paese e non il contrario.

Eppure, ogni volta che qualcuno nomina Dubai, la reazione è spesso la stessa: “Ma è finta.”

Ecco cosa ho capito, tra una corsa in taxi con vista skyline e un sushi in un locale da non so quale centesimo piano: spesso, davanti a chi ha di più di noi, ci irrigidiamo.

Ci raccontiamo che non è vero. Che dietro c’è qualcosa di losco. Che è tutta apparenza. Che noi, nel nostro piccolo, siamo meglio. Cerchiamo le crepe, gli errori, i difetti. Non per capire davvero, ma per sentirci a posto con noi stessi.

Perché ammettere che qualcuno abbia fatto meglio, che sia più avanti, che abbia costruito qualcosa di grande, ci fa male all’ego. E allora lo sminuiamo.

Ma crescere, come persone prima ancora che come cittadini, significa fare qualcosa di diverso: accettare che esista chi ha più di noi.

Chi è più veloce, più organizzato, più ricco, più ambizioso. E che questo non toglie nulla a noi, se non l’alibi per restare fermi.

Il punto non è copiare. Non è idolatrare. È imparare a guardare con onestà. E chiederci: cosa posso prendere da questo esempio per migliorare me stess*, il mio lavoro, la mia visione del mondo?

Se invece di disprezzare chi ha costruito un impero, iniziassimo a cercarne il metodo, il rigore, la costanza? Se anziché puntare il dito, imparassimo ad aprire gli occhi?

La crescita personale parte da qui. Dalla capacità di osservare il successo altrui senza invidia, ma con curiosità. Con spirito critico, certo. Ma anche con abbastanza umiltà da dire: “Wow, io lì non ci ero arrivat*.”

E quanto mi piacerebbe che chi ci governa facesse lo stesso. Che la nostra Presidente del Consiglio leggesse queste righe e, senza pregiudizi o filtri ideologici, si facesse due domande. Magari sull’idea che il governo esiste per aiutare le persone a realizzare i propri sogni, non per complicargli la vita.

Per me, il vero salto di qualità non è guardare con disprezzo chi è avanti. Ma lasciarsi ispirare.

Sei d’accordo con me?

Un abbraccio,
Assunta

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